Insomma, se hai lavorato bene, a un certo punto entri in una fase in cui sei riuscito a mettere insieme una certa quantità di enunciati nuovi, che chiamerai Teoremi, e hai trovato quella che ti sembra la giusta combinazione di argomenti convincenti a sostegno della loro veridicità, che è quello che poi formerà la tua dimostrazione. A questo punto puoi fare varie cose. La prima è quella di scrivere una prima bozza abbastanza completa in cui cerchi di dettagliare a fondo tutti gli argomenti che ti hanno convinto, cercando di non avere “buchi”. Allo stesso tempo cercherai di raccontare il risultato a qualche collega con cui, se sei fortunato, controllerete alcuni dei passaggi che ti lasciano più perplessi [tu: "e qui uso il fatto che qualsiasi numero primo si può scrivere come prodotto di numeri pari..." collega: "?#!!@???"]. Magari racconterai il risultato a qualche convegno, per capire l’interesse che suscita negli altri [collega: "ehi, avevo proprio bisogno di farmi una bella dormita..."]. A questo punto sarai pronto per scrivere il lavoro vero e proprio, una cosa che, se siamo nelle ipotesi di partenza [esperienza, autonomia, etc...] dovresti avere già imparato a fare in modo ragionevole [ma ti costerà sempre molta fatica]. E poi? Che ci fai con il tuo articolo? In teoria potresti limitarti a fare come Perelman, ossia pubblicare il tuo lavoro in una pagina web, o in un archivio pubblico su internet, e aspettare commenti. Questo va anche bene, ma se cerchi lavoro o lavori già in una qualche istituzione, e poi ricordati che tu-non-sei-Perelman, allora farai meglio ad inviarlo a una qualche rivista di matematica, che in qualche modo sancisca ufficialmente il tuo risultato. Ce ne sono tante, ma tu ne selezionerai una che pensi possa essere al livello del tuo lavoro [perché pubblica articoli simili, perché citi un articolo apparso nella stessa rivista, perché uno dei membri del comitato editoriale è tuo "cuggino"...] e a cui spedirai il manoscritto. La rivista si preoccuperà allora di mandare il testo ad un paio di revisori anonimi, che essenzialmente sono lì per a) trovare i tuoi errori marchiani; b) capire se non stai riscoprendo l’acqua calda; c) scoprire se non stai malamente copiando da qualcun’altro; d) se si capisce cosa vuoi dire, citi adeguatamente i contributi dei colleghi che ti hanno preceduto, tra cui lo stesso revisore, etc… [ok, in linea di principio questi revisori, o referees, potrebbero anche essere i tuoi peggiori nemici, o al contrario i tuoi amati compagni di banco, ma per ora non entriamo in questo dettaglio sociologico].
Concentriamoci sul punto a), che è quello che ci interessa per il momento. Facciamo allora che sia io il revisore del tuo articolo. Ho accettato di valutare il tuo lavoro e non ne avevo proprio voglia. Ne ho altri cinque che aspettano e una Tesi da correggere, e ci sarebbero anche i miei di lavori. Ma insomma, citavi un paio dei miei articoli e il risultato finale non è poi così male, e poi quella volta al bar l’idea te l’ho un po’ suggerita io, e insomma ho accettato. E ora sono in ritardo con la consegna del rapporto. Mi hanno dato due mesi, e io mi sono ridotto all’ultimo fine settimana per mettermi a scrivere cosa penso del tuo maledetto articolo. Per prima cosa me lo leggo, correggo un po’ l’inglese, cerco di capire cosa hai fatto veramente, e dove invece hai solo ripreso lavori precedenti. Ma insomma, a un certo punto enunci un “Teorema principale” che sembra il nocciolo del tuo lavoro, e questa dimostrazione devo proprio leggermela. Intanto rifletto se la conclusione mi convince, e controllo sui Mathematical Reviews e su Google Scholar che il risultato sia veramente originale. Poi però, una volta appurato che l’enunciato è interessante e nuovo, e che se fosse vero meriterebbe di essere pubblicato [N.B.: non tutti i risultati veri meritano di essere pubblicati. Alcuni sono solo esercizi che non aggiungono nulla alle nostre conoscenze], devo decidere se la dimostrazione alla fine è giusta o no. Certo, potrei fidarmi di te e accettarlo così. Ma sbaglierei. A parte i casi di Hilbert e Cauchy, mi viene in mente il caso clamoroso del famoso matematico H. Rademacher che credette nel 1945 di aver dimostrato l’ipotesi di Riemann, e a cui dedicarono pure un articolo su Time [ma si sbagliava]. E una volta mi capitò un lavoro di un tizio che usava un teorema che aveva dimostrato in un altro articolo, peraltro già pubblicato, e mi sembrava strano, e poi, andando a leggere l’altro articolo, c’era un’errore nella seconda riga della dimostrazione principale. Insomma, mi tocca proprio leggere fino in fondo la tua dimostrazione. Ed è lunghissima [ma dove hai trovato il tempo di fare tutte queste stime?], e anche se mi dicono che sarei la persona più qualificata per capire se è vero o no, è domenica sera, vorrei andare a letto e ancora ci sono svariate pagine di conti davanti a me. Mi perdo un po’ tra le disguaglianze e mi chiedo se ci sarà mai un giorno in cui un computer farà questo lavoro ingrato al posto mio [blink! errore! blink! errore!].
(*) Questo post è una possibile continuazione dei due precedenti: Vedi alla voce: errore (parte I), Vedi alla voce: errore (parte II).